Lucio  Pierri

 

 

Come Taranto fu presa e perduta da Annibale

 

 

 

 

 

 

 

 

Estratto da Ribalta N.27-28

dicembre 2005- aprile 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 








 

 Come Taranto fu presa e perduta da Annibale

 

1. Come Taranto fu presa da Annibale

 

L’inverno dell’anno 212 avanti Cristo la città brulicava di soldati romani e alleati. Comandante della piazza era il prefetto Marco Livio, inviato a Taranto l’anno prima dal propretore Marco Valerio, comandante della flotta a Brindisi, per impedire che Annibale, che ormai aveva fatto della Puglia la base delle sue operazioni, si impadronisse della città.

Già una volta il condottiero cartaginese era arrivato sin sotto le mura di Taranto confidando in una ribellione degli abitanti al dominio romano, ma malgrado le promesse e gli abboccamenti  che aveva avuto con alcuni rivoltosi, era dovuto tornare indietro deluso.

Certo, la rivolta serpeggiava in città, alimentata dalla presenza straniera e dalle dure condizioni di resa che erano state imposte dopo la sconfitta del 272: accettazione di un presidio militare, consegna di ostaggi, fornitura di truppe combattenti, ma non era facile ribellarsi al giogo. Il console romano Fabio Massimo si era vendicato con durezza dei tradimenti delle città lucane passate ad Annibale, trucidando e facendo schiavi 25.000 uomini; 370 disertori portati a Roma erano stati flagellati e gettati dalla rupe Tarpea.

Dopo le ripetute sconfitte in campo aperto e la disfatta di Canne, la strategia romana ispirata dallo stesso console, soprannominato per questo il Temporeggiatore,  mirava a stancare il nemico, impegnandolo in piccole battaglie, e soprattutto a esaurire le sue risorse impedendo l’arrivo di rinforzi  per via di terra e di mare; per questo si combatteva in Spagna, in Sicilia, in Sardegna, in Illiria. In questa strategia bisognava impedire che il porto di Taranto potesse fornire un approdo per i Cartaginesi e soprattutto per i rinforzi promessi da Filippo di Macedonia che si era schierato dalla parte dei nemici di Roma.

Un avvenimento inaspettato fece precipitare la situazione a favore di Annibale. Vi era in Roma un certo Filea, tarantino, che fungeva da ambasciatore presso il senato. Questi riuscì a venire in contatto con gli ostaggi tarantini custoditi all’interno del tempio della Libertà, e, corrotte due guardie, organizzò la fuga dei prigionieri; scoperti, furono raggiunti a Terracina e riportati indietro a Roma , dove furono anch'essi flagellati e buttati dalla famigerata rupe Tarpea.

Si trattava di giovani rampolli delle più nobili famiglie tarantine, e grande fu lo sdegno in città. Segretamente, alcuni  giovani Tarantini si riunirono in congiura, tra questi Nicone, Filemeno, Tragisco: si poteva liberare la città dalla oppressione romana approfittando della presenza dell’esercito cartaginese che si era fermato in Puglia per svernare. Gli storici Polibio e Livio, che ci narrano questi avvenimenti, non indicano il luogo dove Annibale aveva posto l’accampamento: sappiamo solo che era a tre giorni di marcia da Taranto, probabilmente  vicino Ugento, città che gli si era consegnata spontaneamente.

I congiurati, per poter incontrare Annibale, uscirono dalla città dicendo che andavano a razziare bestiame.  Raggiunto l’accampamento e sorpresi dalle guardie non vollero dire chi fossero e da dove venissero, ma solo che desideravano parlare con Annibale. Questi li ricevette, li ascoltò, e in cuor suo gioì per l’insperata fortuna e l’insipienza dei Romani, che uccidendo gli ostaggi avevano mosso a sdegno i Tarantini privandosi al contempo di un’arma di dissuasione nei loro confronti. Li confortò, promise il suo aiuto e li invitò a ritornare, dando loro il permesso di  razziare il bestiame dei pastori che servivano il suo esercito,  per far credere al rientro che si fossero davvero allontanati dalla città per predare il nemico; voleva anche metterli alla prova per misurarne il coraggio e la determinazione.

Le visite furono ripetute e parte della preda veniva regalata al prefetto Marco Livio e ai soldati  della fortezza di porta Temenide, che si trovava dove è ora il parco archeologico di Collepasso.  Filemeno inoltre, che era conosciuto come abile cacciatore, non mancava mai di rifornire di selvaggina, da lui catturata o fatta trovare da Annibale, anche  i guardiani dell’altra porta di accesso alla città, posta più a Sud, e in particolare il custode della porticina pedonale, chiamata  Rinopila. Rientrava sempre di notte, per paura dei nemici - diceva - abituando il guardiano ad aprirgli con un semplice fischio

I Tarantini, si sa, erano un tantino gaudenti, dediti alle feste e banchetti pubblici; il giorno dell’impresa fu fissato in occasione di una festa che si doveva celebrare al Museo, presso l’agorà, con abbondati libagioni e musica.  Il prefetto Marco Livio, che allora aveva 25 anni, vi avrebbe partecipato sin dal mattino.

Nell’attesa, Annibale aveva fatto spargere la voce che era ammalato, affinchè i Romani  non si meravigliassero che rimanesse a lungo fermo nello stesso posto, benchè ormai fosse tempo di lasciare i quartieri invernali.

Quando fu certo delle cose si mosse dal campo con diecimila uomini: fanti e cavalieri scelti tra i migliori dell’esercito, dicendo loro di prendere viveri solo per quattro giorni. Mandò innanzi  ottanta cavalieri numidi a spazzare la strada e a devastare il territorio per non essere visto e per far credere che si trattava di una semplice scorreria.

Il terzo giorno di marcia, arrivato prima di sera a 15 miglia da Taranto, si fermò per ristorare i soldati presso un fiume dalle rive scoscese, forse il canale d’Aiedda o la Gravina di Riggio. Cenò con i suoi comandanti senza rivelare dove fossero diretti, incitandoli col promettere loro un bottino superiore a tutti quelli precedenti.

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Si rimise in marcia al primo calare delle tenebre A mezzanotte era in vista delle mura, gli era di guida Filemeno che portava un grosso cinghiale da offrire alle guardie della porta Rinopila. Nel frattempo in città la festa era al colmo. Verso il tramonto a Marco Livio, ubriaco fradicio,  fu annunziato che i Numidi facevano una scorreria nel territorio. L’unica cosa che desiderava il giovane romano era di andare a riposare: dette un frettoloso ordine di uscire l’indomani con la cavalleria per respingere i predoni e si avviò a casa, seguito dagli altri convitati, ai quali si erano uniti anche i congiurati, che si fingevano ubriachi anche loro.

Quando si assicurarono che il comandante dormiva  i giovani si divisero i compiti : alcuni si fermarono alla porta della casa di Livio per controllare se venisse informato di qualcosa, altri si misero in guardia nelle posizioni più adatte del foro. Altri muniti di trombe si nascosero nel teatro. Quando tutto fu silenzio e nessuno circolava più per le strade, attraversarono l’abitato per recarsi come convenuto presso la tomba di Pizionico e rimasero in attesa degli eventi.

Gli accordi presi con Annibale prevedevano che i Cartaginesi una volta arrivati presso le mura dovevano accendere un fuoco sul monumento funebre  di  Giacinto - il giovinetto spartano amato da Apollo e da lui ucciso per sbaglio col lancio di un disco -  Tragisco doveva rispondere con un altro fuoco per segnalare che tutto procedeva secondo i piani.

Dati i segnali e spenti i fuochi, i giovani dall’interno guidati da Nicone e Tragisco assalirono le guardie della Temenide e aprirono le porte.
Nel frattempo Annibale, in grande silenzio, dopo aver affidato mille libici a Filemeno perché tentasse l’entrata dalla Rinopila, era arrivato alla Temenide e la trovò aperta.  Lasciò all’esterno duemila cavalieri per prevenire sorprese ed entrò a Taranto facendosi guidare per le strade buie dai tarantini. Grande fu la sua sorpresa di entrare in un cimitero, si camminava tra file di tombe con qualche raro lume, l’abitato era  due chilometri più in fondo. Passarono in silenzio tra le prime case ed arrivarono al foro senza destare allarme.  Qui si fermarono trepidanti in attesa di Filemeno e dei Libici.

Da parte sua Filemeno, quando fu vicino alle mura, fischiò come al solito ed il guardiano scese speranzoso ad aprire la porticina: quella volta portavano nientemeno che un cinghiale, e una buona porzione gli sarebbe senz’altro toccata. Entrò prima Filemeno ed un altro vestito da pastore, poi due portatori che trascinavano la preda per le zampe posteriori. Quando tutti e quattro furono entrati, mentre il custode che aveva loro aperto palpava con ammirazione la bestia, lo colpirono violentemente perché non emettesse un gemito e lo trafissero con gli spiedi. Fecero poi entrare in silenzio un manipolo di libici, assalirono le altre guardie e aprirono le porte. Dopo, avanzarono verso il foro e si ricongiunsero alle forze di Annibale. Al centro della piazza si ergeva nella notte la colossale statua bronzea di Zeus.

Improvvisamente dal teatro, che si trovava sul Mar Piccolo dove ora è l’ospedale militare,  si udirono suonare delle trombe alla maniera romana. I soldati romani, svegliati all’improvviso, udendo il segnale di adunata delle trombe, uscirono precipitosamente dalle case per raggiungere la rocca, ma arrivando disordinati e dispersi sulle piazze si imbattevano nei Cartaginesi e nei Galli che li facevano a pezzi. Tutta la città si riempì di grida e tumulto. I congiurati tarantini, appostati nelle strade che conducevano al foro, gridavano in greco ai cittadini di rimanere in casa che nulla sarebbe stato fatto loro.

Marco Livio, in questo sconquasso, sentendosi privo di forze per la ubriachezza, fuggì di casa con i familiari, riuscì a farsi aprire una porticina che menava al porto e presa una barca si rifugiò nella Rocca , dove era stanziato il presidio militare, oggi Taranto vecchia.

La mattina dopo, alle prime luci  dell’albai Tarantini poterono  rendersi conto di quanto era avvenuto alla vista dei Romani uccisi e della soldatesca che spogliava i cadaveri.

Quando fu giorno chiaro Annibale ordinò che tutti i Tarantini si raccogliessero in piazza senza armi. Nel frattempo i giovani percorrevano le strade inneggiando alla libertà e al duce cartaginese. Quelli fra i Tarantini che erano favorevoli al partito romano, sentite le cose, si ritirarono nella rocca e di lì poi alcuni riuscirono ad emigrare in Grecia; si trattava per lo più di gente che aveva beni al sole, di appaltatori di guerra e di ricchi aristocratici che sin dall’epoca di Pirro avevano allacciato relazioni con il patriziato romano. Gli altri si radunarono in piazza per ascoltare quanto avrebbe detto il condottiero.

Annibale parlò molto benevolmente, ricordò come avesse trattato sempre con riguardo i Tarantini fatti prigionieri nella battaglia del Trasimeno e in quella di Canne, rimandandoli liberi senza riscatto, e come avesse evitato di devastare le campagne delle città greche; veniva a portare la libertà e non il dominio come i Romani, perciò ritornassero lieti alle loro case e scrivessero sopra la porta “ qui abita un tarantino”, perché di lì a poco avrebbe dato l’ordine di mettere a sacco le case dei Romani, per dare una giusta preda ai suoi soldati, così come concordato con i  giovani rivoltosi. Per chi avesse scritto lo stesso su una dimora romana, stabilì come pena la morte.

La spoliazione delle case durò tutta la giornata, finchè fu ammassato un soddisfacente bottino, ma i soldati dovettero pernottare in armi, perché i Romani rifugiatisi nella Rocca,  non  meno di sei-settemila - un’intera legione reclutata da Marco Livio più il presidio fisso - potevano uscire ed aggredirli  nel buio fidando anche in una conoscenza migliore della città.

Come si fece giorno Annibale riunì di nuovo le  schiere e mosse verso la Rocca per espugnarla, ma si rese conto che la cittadella era difficilmente assalibile, circondata da mura e rupi a picco sul mare e protetta anche dal lato della città da una grande fossa e un  muro.

Era padrone di metà della città; per di più, i nemici avevano libero mare e potevano impedire dall’alto della Rocca l’uscita alle navi tarantine che erano rimaste chiuse nel Mar Piccolo. Non è ben chiaro come i Romani potessero impedire l’uscita delle navi attraverso il canale che immette a Mar Grande, ora sbarrato dal Ponte di Pietra. All’epoca non vi era ponte che collegasse con la terra ferma, costruito probabilmente in età augustea. Polibio (VIII,36) dice che poichè la rocca sovrastava la zona del porto, i tarantini non potevano uscire dalla rada. Appiano, narrando questi fatti, dice che i Tarantini avevano un porto esposto ai venti del nord nel quale si penetrava  attraverso uno stretto, che essi avevano l’abitudine di bloccare con steccati, “gefurais .” Livio (XXV,VIII)  dice che i Romani potevano impedire il passaggio perché erano padroni delle strettoie del porto “ claustra portus”. Né è pensabile che claustra possa indicare un ponte levatoio, perché sicuramente si sarebbe combattuto per il suo possesso, inoltre - particolare decisivo - quando Fabio Massimo, come si dirà in seguito,  metterà il campo proprio a Porta Napoli di fronte al supposto ponte, non entrerà mai nella rocca e per comunicare lo farà da lontano con segnali (Liv. XXVII, XVII) .

Per costringere i Romani a lasciare la rocca era necessario un assedio in piena regola, ma questo non poteva essere fatto senza una flotta navale che impedisse i rifornimenti via mare; per il momento bisognava  provvedere a difendere i Tarantini da possibili sortite degli assediati una volta che l’esercito cartaginese avesse lasciato la città. Per questo si dette opera ad una poderosa fortificazione; fu innalzato uno steccato parallelo al muro della rocca , di fronte a questo dal lato della città fu scavato un fosso e con la terra ammonticchiata si innalzò un terrapieno sul quale fu posto un secondo steccato. Più addentro ancora si costruì un muro che andava dalla via Sotera a quella Bassa.


 

2. Come Taranto fu perduta da Annibale

 

Un tentativo dei Romani di impedire la costruzione delle fortificazioni fu facilmente respinto e gli assalitori ricacciati in fuga e precipitati nel fossato.

Terminata l’opera di fortificazione Annibale, lasciato un numero bastante di soldati e di cavalieri per la difesa, si ritirò al Galeso. Qui cominciò a pensare alla espugnazione della rocca e a preparare le macchine da guerra necessarie. Ma quando tutto fu pronto una squadra navale romana arrivata da Metaponto entrò nella Rocca da parte del mare, e i Romani ripreso animo attaccarono di notte le fortificazioni tarantine e distrussero le opere e le macchine da guerra.

Era più che mai chiaro che senza una squadra navale i Romani non potevano essere cacciati da Taranto, ma Annibale non aveva navi e in quel momento la flotta cartaginese era impegnata su altri fronti. Qui si rivelò il genio del condottiero, che esaminando con cura la topografia della città capì che si potevano trasportare le navi via terra dal mare interno a quello esterno: da Mar Piccolo a Mar Grande.

Chiamò per questo in assemblea i Tarantini e quando tutti furono raccolti nell’agorà espose il suo piano. “La vostra città, disse, è posta in luogo pianeggiante, vie abbastanza larghe si estendono dovunque,  una di queste strade attraversa tutta la città  conducendo dal porto al mare esterno, da qui farò passare le navi su bassi carri.”

La strada individuta dal duce cartaginese doveva essere quella che un tempo portava dalla baia di Santa Lucia, dove era ubicato il porto, a Castel Saraceno sul Mar Grande, pressappoco all’altezza dell’attuale via Crispi. Sino al XIX secolo, prima che venisse costruita la base della Marina Militare, se ne poteva percorrere il primo tratto che saliva dalla baia, ed era detta Spartitora di San Francesco, perché passava dietro il convento dei Paolotti, da non confondere  con la Spartitora di S. Antonio che si elevava più alta sulla riva.  Di questa via si rinvenne un tratto di selciato ai tempi del Becchetti; Egidio Baffi la ricorda tra gli ulivi secolari con i pescatori che salivano dalla baia con i canestri di pesca da vendere nelle masserie vicine, (Il Galeso, ms. inedito presso Bib.Acclavio).

Il Lo Porto ipotizza invece il transito delle navi da una strada all’altezza dell’attuale Canale Navigabile, (Atti Taranto,1970, pag.371). Ma questo contrasta con l’affermazione di Livio che la strada attraversava le città nel mezzo salendo dal porto; e poi, se fosse così, l’area della Rocca risulterebbe ridottissima, dato che tra questa strada e la Rocca  dovevano trovarsi i tre sbarramenti difensivi dei Tarantini con fossato, e in successione il muro della Rocca con un altro fossato. Considerato inoltre che tra  i due sistemi difensivi vi era spazio che permetteva agli eserciti di affrontarsi in combattimento, bisognerebbe spostare l’inizio della Rocca ben oltre Piazza Castello.

L’audace progetto piacque ai Tarantini, che di buona voglia si dettero a costruire i carri necessari per il trasporto. Grazie all’entusiasmo di tutti, i lavori furono in breve ultimati e le navi potettero passare da un mare all’altro e far bella mostra di sé davanti alla Rocca con stupore e costernazione dei Romani.

C’è da osservare che il trasporto per brevi tratti di navi via terra non era inconsueto nell’antichità, dato che mancavano bacini di carenaggio per la costruzione e manutenzione.Una descrizione suggestiva ne dà Apollonio Rodio nel primo libro delle Argonautiche per il varo della nave Argo: “ Sotto la pesante chiglia gemevano i rulli per l’attrito e un fumo nero si levava da essi per il gran peso” (I, 388-390). Un altro esempio non infrequente di traino delle navi su rulli  era dato dall’usanza di tagliare via terra l’istmo di Corinto

 

Ormai si avvicinava l’inverno: un intero anno era stato dedicato da Annibale alla presa di Taranto. Il condottiero prese congedo dai Tarantini, lasciò loro un presidio di Bruzi e ritornò al campo da cui si era mosso la primavera precedente.

L’anno seguente, il 541 di Roma, Annibale provvide a rafforzare l’assedio navale di Taranto con una flotta cartaginese. Il possesso di quella base navale era di importanza strategica per il proseguimento della guerra. Dal canto loro i Romani, per impedire che a Taranto potessero giungere rinforzi dalla Macedonia furono costretti a riprendere la guerra in Oriente contro Filippo insieme agli alleati Etoli.

Il blocco navale non era però facile perché come i Cartaginesi potevano impedire l’arrivo di rifornimenti al presidio romano, così i Romani potevano sbarrare il passo alle navi cartaginesi che portavano viveri al loro esercito, non bastando le risorse tarantine a sfamare tanti soldati. Approfittando dell'assenza della flotta cartaginese i Romani tentarono l’anno dopo di far entrare un convoglio di grano siciliano. Vi si oppose la sola flotta tarantina, e fu l’ultima gloriosa battaglia vinta da Taranto. Comandava la flotta romana il pretore Quinzio con venti navi di scorta ai vascelli onerari: erano triremi e quinquiremi, a detta di Livio navi grandi, bene armate e ordinate, un eguale numero di navi avevano i Tarantini guidati da Democrate. Lo scontro avvenne a quindici miglia dalla città presso Sacriporto. Era calato improvvisamente il vento, per cui ammainate le vele si dette da entrambe le parti forza ai remi. Rostri contro rostri, prore contro prore, le navi si legarono insieme di modo che non si poteva  avanzare né arretrare, si combatteva  una battaglia terrestre spada contro spada; la mischia si fece così fitta che nessun giavellotto cadeva inutilmente nel mare. La nave di Quinzio,  che, spinta dalla forza dei rematori aveva preceduto le altre, si  era scontrata con la prima nave tarantina guidata da Nicone. Qui si decise la battaglia perché Nicone trafisse con un giavellotto Quinzio facendolo cadere in mare e mosse all’arrembaggio della nave impadronendosi della prora; nel frattempo sopraggiungeva di dietro una trireme tarantina gettando il terrore nei soldati rifugiatisi a poppa. Vista presa la nave pretoria, i Romani disperarono della battaglia cercando confusamente di evadere dalla mischia. Fu una strage, le poche navi superstiti presa terra furono preda dei Turini e Metapontini. Parte delle navi onerarie furono catturate, le altre riuscirono a salvarsi con la fuga.

Ma la stella di Annibale e con essa la sorte di Taranto volgeva al tramonto: via via cadevano tutte le città conquistate dai Cartaginesi: Siracusa e tutta la Sicilia è persa  nel 212, Capua apre le porte ai Romani nel 211, l’anno dopo viene espugnata Cartagena.

Eppure in questo stesso anno i  Romani subiscono un’altra grave sconfitta nel tentativo di entrare ad Erdonea, che si era data ai Cartaginesi dopo la battaglia di Canne : approfittando della assenza di Annibale disceso nel Bruzio, convincono gli abitanti a consegnare la città, ma non fanno in tempo per il sopraggiungere del duce cartaginese, circa 10.000 soldati rimangono sul campo e con essi il proconsole Cneo Fulvio e tredici tribuni militari.

E’ di nuovo un momento di grande difficoltà per Roma: 12 colonie romane si rifiutano di continuare la guerra dicendo che era meglio cadere in prigionia dei Cartaginesi che servire nell’esercito di Roma, dove si andava incontro alla morte o all’esilio in caso di sconfitta. Il riferimento era ad una specie di compagnia di disciplina che i Romani avevano costituto in Sicilia mandandovi i resti dell’esercito sconfitto a Canne, disertori e altri codardi. Non un soldato e non un soldo  erano più disposti a gettare nella guerra , piuttosto si provvedesse a stipulare una pace con Cartagine.

Roma, tradita dal suo stesso sangue, non avrebbe potuto più fronteggiare il nemico, se le altre 18 colonie che aveva fondato in Italia, tra le quali Brindisi, non si fossero decisamente dichiarate per la continuazione delle ostilità e disposte anche ad aumentare il loro contributo per supplire alla defezione delle altre. Livio che narra questi avvenimenti  cita singolarmente le 12 infedeli per tramandarne ai posteri l’ignominia, e le 18 rimaste con Roma per celebrarne  il coraggio e la fedeltà.

La guerra incrudeliva ed imbarbariva in Italia e altrove,  le intere popolazioni greche di Anticira, Oreo, Dime, Egina, che parteggiavano per Filippo di Macedonia furono vendute come schiave. Le città nemiche conquistate o quelle amiche che si sospettava potessero defezionare venivano rase al suolo. Erdonea dopo la vittoria venne incendiata da Annibale e gli abitanti deportati a Turi e Metaponto . Con il terrore era cresciuta la superstizione nel popolo, si invocavano gli dei , si moltiplicavano i prodigi, le statue si muovevano e sudavano sangue, navi apparivano in cielo, piovevano pietre e fuoco, parlavano i buoi, nascevano infanti con la testa di elefante o mostri androgini. A Roma dopo la battaglia di Canne il senato aveva mandato messi a consultare l’oracolo di Apollo a Delfi, si erano aperti i Libri Sibillini, e si volle leggere che gli dei richiedevano sacrifici umani.Quello che era un rito di consacrazione della propria vita in battaglia, per cui un generale o un soldato designato si votava alla morte andando incontro al nemico con la toga praetexta e il capo velato , tornò ad essere un barbaro rituale preistorico. Nel foro Boario vennero immolate vittime umane e in una fossa imbevuta di  sangue umano vennero seppellite vive quattro persone, una coppia maschio e femmina di Galli e una di  Greci  (Liv. XXII,31)

In questi estremi frangenti il popolo romano si riaffidò alla esperienza di Fabio Massimo, quasi ottantenne,  eletto console per la quinta volta, e a Fulvio Flacco eletto per la quarta volta. Con decreto senatorio, a Fabio Massimo venne affidato il comando della regione tarantina, a Fulvio Flacco la Lucania e il Bruzio. Sugli altri fronti furono inoltre riconfermati nel comando numerosi magistrati tra i quali Marcello, il vincitore di Siracusa.

Il vecchio comandante si mise all’opera con energia, comandò  il figlio Quinto Massimo di portare in Sicilia i resti demoralizzati dell’esercito di Cneo Fulvio sconfitto ad Erdonea, e di prelevare dalla stessa isola due legioni supplettive e trenta navi.

Ordinate così le cose si accampò a Taranto, proprio all’imboccatura del porto di fronte alla Rocca, dalla quale era separato solo da un braccio di mare. Qui mise in azione un piano ben congegnato per impadronirsi della città, in quel momento sprovvista di protezione navale perché anche le navi tarantine erano in quel momento impegnate in Macedonia in appoggio a Filippo.

Il vecchio generale aveva portato con sé una concubina bruzia molto avvenente, che utilizzò per adescare il comandante della guarnigione bruzia lasciata da Annibale a difesa di Taranto. Si chiamava costui Cartalone, non sconosciuto a Fabio che era stato in altri tempi ospite del padre; gli abboccamenti avvenivano proprio sotto le mura che dovevano essere vigilate,  (Plutarco,vita di Fabio 21,5). Questa con blandizie e promesse di ricchi doni da parte del console romano riuscì a irretire il comandante del presidio e a convincerlo a passare dalla parte romana.

Sulla vicenda, per la verità, girava anche un’altra storia fatta propria da Livio e ripresa dallo stesso Plutarco; una storia poco credibile, messa probabilmente in giro per mascherare il comportamento immorale di Fabio, che per menare maggior vanto dando a vedere di aver preso con la forza la città, fece uccidere tutto il presidio bruzio testimone del tradimento, compreso Cartalone che si recava a lui disarmato rammentandogli il paterno ospizio. Secondo questa versione,  la donna di cui era innamorato il comandante bruzio era tarantina, ed un fratello di questa militava nell’esercito di Fabio; questa sciagurata avrebbe informato con lettere il fratello della possibilità di corrompere il presidio, e questi avrebbe riferito la cosa a Fabio, ottenendo l’incarico di recarsi in città per organizzare la congiura, allontanandosi dal campo con la scusa che andava a trovare la sorella!  (Liv.XXVII,XVII.  Plut. 21,2)

Come che sia , assicuratosi del tradimento, il console romano passò alla seconda parte del piano: per allontanare Annibale da Taranto ordinò di scatenare la compagnia di disciplina,  alla quale erano stati aggregati anche assassini e delinquenti comuni, per mettere a ferro e fuoco il Bruzio e  assalire Caulonia,  con la promessa di restituzione dei diritti civili, ma in realtà con la convinzione che sarebbe stata distrutta da Annibale, (Plut. 22,2).  Il condottiero cartaginese cadde nella trappola e corse in soccorso di Caulonia e degli alleati Bruzi, né poteva fare diversamente.

Fabio Massimo rimase quindi libero di agire contro la città avendo a disposizione un esercito potente e una flotta navale di primo ordine, potendo disporre anche delle navi di Marco Livio che proteggevano i convogli diretti alla rocca.

Taranto non era però sguarnita: oltre le forze tarantine e cartaginesi rimaste in città, si faceva affidamento sui soldati bruzi non sospettando il tradimento.

La città cadde anche questa volta  per le difficoltà di comunicazione dovute alla distanza delle mura orientali dall’abitato, non raggiungibile, anche correndo, in meno di dieci minuti. Diciamo mura orientali perché Taranto doveva essere  circondata di mura non solo nella acropoli, ma anche nell’intero circuito urbano. Tanto si evince dalla descrizione minuziosa che fa Livio dei preparativi e dei movimenti dei Romani. Cosa  plausibilissima, perché se non avesse avuto difese da Mar Grande e da Mar Piccolo, sarebbe stata facilmente preda di uno sbarco navale. Che ci fossero mura dal Mar Piccolo risulta evidente dal fatto che la notte in cui Annibale entrò a Taranto, Marco Livio scappò attraverso una porta che immetteva al porto .

Che ce ne fossero dal Mar Grande si deduce dal fatto che  Fabio fece attrezzare  le navi  per assalire da Mar Grande la città,  parte con  macchine e scale per espugnare le mura, parte con i più svariati  strumenti di lancio per colpire da bordo delle navi i difensori delle mura: ut procul ex navibus vulnerarent moenium propugnatores.  Livio continua inoltre col dire che queste navi furono ordinatamente schierate per assalire la città dal mare aperto.

Il passo è talmente chiaro che non ha bisogno di commento: Taranto doveva  avere mura su Mar Grande, che dalla  Rocca si prolungavano sino al punto di congiunzione con la cortina orientale, all’altezza della torre D’Ayala. Questa del resto era l’opinione del Viola che aveva visto resti di queste mura in Mar Piccolo e Mar Grande, del Wuilleumier e dello stesso Lo Porto.

Fabio, dopo aver così apprestato le navi, fatti  gli opportuni segnali a Marco Livio perché si preparasse ad uscire dalla Rocca per aggredire le fortificazioni che la separavano dalla città , nottetempo e in gran segreto con il grosso dell’esercito fece il giro di Mar Piccolo e si accampò sotto le mura orientali.

All’ora convenuta - era notte fonda - i Romani mossero all’assalto dal lato mare e dalla Rocca facendo un grande strepito di trombe dalle navi , dalla Rocca e dal Porto. Dalle mura gran silenzio. Della vigilanza era stato incaricato quello stesso Democrate che aveva ottenuto il trionfo navale; questi, sentendo venire da lontano un clamore come se la città fosse per essere presa, non vedendo nemici dalla sua parte, accorse in soccorso con i suoi, lasciando ai traditori Bruzi la vigilanza sulle mura.

Poterono così i Romani entrare facilmente in città e aggredire alle spalle i tarantini che combattevano contro gli assalitori. Si era fatta l’alba, strenuamente si difesero i Tarantini, ma alla fine dovettero soccombere. Nicone e Democrate caddero combattendo; il cavallo di Filemeno fu visto vagare da solo per la città e si disse che il cavaliere disarcionato era caduto in un pozzo; di Tragisco non ci è pervenuta nessuna notizia. Livio, che nella sua ricostruzione è sfacciatamente pro romani, dice che i Tarantini, dopo aver lanciato i giavellotti,  fuggirono nelle case senza combattere, smentendosi subito dopo riferendo della morte in combattimento dei due comandanti tarantini.

Senza distinzione, armati ed inermi,  vennero uccisi Cartaginesi, Tarantini e Bruzi. Dopo la strage si ricorse al saccheggio: malgrado la città fosse già stata depredata nel 272 e uscisse da un lungo periodo di guerra, il bottino fu ingente. Furono presi 30.000 schiavi, ventisette tonnellate di oro, argento lavorato e in monete, statue, dipinti. Delle grandi statue in bronzo fu preso solo l’Ercole di Lisippo; allo scriba che gli chiedeva cosa si dovesse fare delle altre statue colossali , Fabio rispose che si lasciassero pure ai tarantini i loro dei irati. Probabilmente, prese con sé  le statue di dimensioni minori; tra queste, il satiro e la Nike in bronzo dorato che fu posta sull’Aventino, e successivamente da Ottaviano nella Curia Iulia a ornamento del suo trionfo egizio. Questa statua, come si sa, ebbe  una vita e una storia travagliata, che potrebbe non essere finita, perché forse è stata ritrovata e si trova a Brescia scambiata per una Afrodite con aggiunta di  ali posticce per farla sembrare una Nike. E le ali della nostra erano invero posticce, perché le perse colpita da un fulmine quando si trovava sull’Aventino (Dione Cass., H.R.,  A.U.C. 722 L,7).

Alle vanterie di Marco Livio che diceva che Taranto era stata presa grazie al suo aiuto, Fabio Massimo rispose “certo, se tu non l’avessi persa io non l’avrei conquistata”.

Annibale, avvertito dell’inganno, marciò a tappe forzate verso Taranto, ma arrivò che tutto era compiuto; posto il campo a Metaponto cercò come estremo tentativo di  ingannare a sua volta  il console romano mandandogli da parte dei Metapontini una falsa ambasceria che gli prometteva la consegna della città. Ma Fabio Massimo, che aveva sempre cercato di evitare uno scontro diretto con Annibale, non abboccò; trovando la scusa che i presagi divini non erano favorevoli all’impresa non si mosse. Fatti poi arrestare gli ambasciatori metapontini, tornati  a sollecitarlo a recarsi a Metaponto, li indusse tramite minaccia di tortura a confessare l’inganno.

 

 



 

 

 

 

 

 

Edizione fuori commercio stampata in proprio