Adolfo MeleARCHITA, I SUOI TEMPI E IL SUO PENSIERO1.Archita e i suoi tempiArchita di Taranto, figlio di Mnesagora o, secondo Aristosseno, di Estieo, era anch’egli Pitagorico. Fu lui che con una lettera salvò Platone che stava per essere ucciso da Dionisio." Così ce lo presenta Diogene Laerzio. Si può precisare che l’episodio che vede coinvolto Platone avvenne nel 361 a.C., durante il terzo viaggio del filosofo ateniese a Siracusa. Gli altri due viaggi avvennero nel 388: stette a Taranto, conobbe Archita, passò da Dionigi I a Siracusa, ma venne fatto trasferire a Egina in guerra con Atene e fu posto in vendita come schiavo; si salvò per l’intervento di Anniceride di Cirene e fu subito liberato nell’anno 387. Tornato ad Atene, Platone fondò l’Accademia. A Taranto, Archita, prima poco noto, divenne famoso per l’amicizia con Platone. Vent’anni dopo, nel 366, su invito del siracusano Dionigi II, succeduto a Dionigi I, Platone torna a Siracusa, ma ancora sospettato dal nuovo signore della città, deve tornare ad Atene. Infine, nel 361, torna per la terza volta a Siracusa, su invito sempre di Dionigi II, che, però, lo fa arrestare e solo, come detto, per intervento di Archita, a cui dalla prigionia era riuscito a dare sue notizie, si salva. Si evince che Archita è ascoltato e influente sui signori di Siracusa, quindi, è, in questo momento, importante sia in patria che fuori. Scegliendo questa data come sua acmé (floruit), si può fissarne la nascita alla fine del V secolo. Le date, in genere, come è giusto, sono vaghe; se ne colloca la nascita tra il 430 e il 400 e la morte, forse per naufragio (cfr. Orazio) in Adriatico, di ritorno dall’Illiria, non prima del 360. Vive, quindi, nella prima metà del IV sec. A.C. Si dice che fu stratego sette volte a Taranto, una volta stratego αὐτοκράτωρ della Lega italiota, non si sa se consecutive; i suoi mandati in genere vengono datati tra il II e il III viaggio di Platone (367-361), quindi, per alcuni, sono anche consecutivi. Se nel 415 (cfr. Thuc.) gli Ateniesi avevano in genere conoscenze scarse e favolose della Sicilia (come dimostrano i discorsi di Nicia e Alcibiade prima della partenza della spedizione ateniese) già più informato è il mondo greco della madre-patria all’epoca del I viaggio di Platone, come si ricava dalla orazione Olimpica di Lisia, pronunciata da lui, nella sede dei giochi panellenici, dove non era solo un meteco, ma aveva diritto di parola, parlando contro Dionigi e la temuta sua intesa con il re dei Persiani alla vigilia della pace di Antalcida (387-386). E Platone conferma questa conoscenza, dandoci anche una spiegazione del suo interesse per l’Occidente (anche se l’VIII lettera non è sua, comunque si rifà a suoi progetti e analisi): "(con le lotte a Siracusa) sia l’intero partito dei tiranni sia il partito democratico rischiano di essere distrutti, e allora si verificherà un evento tanto probabile quanto deprecabile: tutta la Sicilia sarà perduta alla lingua greca e passerà sotto il dominio dei Cartaginesi o degli Oschi (= Romani, forse). E’ dunque necessario che tutti i Greci con tutte le loro forze trovino un rimedio." E si può ipotizzare che in tale prospettiva Platone abbia contribuito ad avvicinare Taranto (ed Archita) a Siracusa (e a Dionisio II). Passando a Taranto, va, infatti, notato che, prima di Archita, a quanto dicono le fonti, essa aveva, nel 473 a.C. con la alleata Reggio subìto una terribile disfatta ad opera degli Iapigi (più precisamente dei Messapi, forse della Lega strettasi intorno ad Oria) per cui Taranto fu costretta a cambiare governo, come anche Reggio, che ebbe, da parte sua, tremila morti. Taranto, pare, si riprese subito sul piano militare, come testimoniano i due donari tarantini al santuario di Delfi, visti e descritti da Pausania , per vittorie sugli Iapigi. Non così su quello politico e interno. Fino a questo momento, cioè, fino alla fine del V sec., quando scrive Antioco di Siracusa, (dopo il 433-2 e la fondazione di Eraclea), Taranto non è considerata in Italìa (= Magna Grecia), ma in Iapigia. Dallo Pseudo Scimno (306 e sgg.) Taranto è inserita nella Magna Grecia: la sua Periegesi è del II sec. a.C., ma le sue fonti per questa indicazione sono databili tra 438 e il 421. Con Pseudo Scimno concordano anche Erodoto e Tucidide, legati ad Atene, a Pericle e a Turi. Negli anni Trenta del V secolo, quindi, Taranto comincia ad essere considerata magno-greca, fino ad essere, con Archita, a capo della Lega italiota (nel periodo tra il 370 e il 356), che univa tutti i Greci delle coste settentrionali dello Ionio da Taranto a Crotone con Siracusa, che, invece, dominava sulla Sicilia e sulla Calabria meridionale (per es., su Locri). Archita potrebbe essere naufragato (ma forse non era più al potere) appoggiando un’azione adriatica siracusana: i Siracusani controllavano allora Corcira, le coste illiriche, Curzola, Ancona, Spina, fondarono due colonie in Puglia sull’Adriatico e forse in tali operazioni Archita potrà essere morto. Questo cambiamento di orizzonti - i precedenti nemici Messapi sono sostituiti dai Lucani e, da Nord-Est si passa ad Ovest – sarà poi confermato da Archita, ma prima di lui Taranto passa da un regime aristocratico (o addirittura monarchico: oltre al fondatore Taras o Falanto, è noto il re Aristofillide, di cui parla Erodoto), a una πολιτεία (regime moderato, della classe media solo dei proprietari terrieri, o anche dei mercanti, secondo il significato attestato da Aristotele) . Subentra, quindi, il periodo di Archita e, poi (con involuzione simile a quella dell’Atene post-periclea) la democrazia radicale; ancora dopo, il ricorso a condottieri stranieri, la lotta contro Roma e la sottomissione di Taranto. 2. L’archeologia di Taranto e l’epoca di Architaa) Area urbanaNella città dalla fine dell’Ottocento opera un Museo cui si affianca la Soprintendenza archeologica per la Puglia. In maniera sempre più accorta e scientificamente corretta, ma con frequenti cambi di impostazione e varie possibilità di intervento, legate al mutare delle prospettive della ricerca archeologica, all’emergere di problemi della espansione del centro abitato, ai limiti delle disponibilità di fondi, si è raccolta nel tempo una massa di informazioni imponente, relativa soprattutto a tombe, e tracce abbastanza individuabili dell’andamento viario e dell’assetto urbanistico, molto meno ad insediamenti abitativi. Le oltre 12.000 tombe della necropoli tarentina sono comunque una documentazione continuata dall’età del bronzo fino all’alto medioevo e da qualche anno se ne sta studiando la valenza conoscitiva con la ricognizione degli archivi, la ricomposizione dei corredi, la catalogazione e analisi computerizzata: lentamente ne viene emergendo un quadro sempre più ricco e interessante. Si può notare che, in una fase precedente all’epoca di Archita, tra il 600 e il 550 a.C., si trovano tombe individuali, raggruppate lungo due direttrici, probabilmente vie, con corredi molto ricchi (6 oggetti in media per tomba) relativi a vasi per oli e profumi; solo nelle tombe più tarde si aggiungono vasi per bere vino (κοτύλαι). Dal 550 al 480 a.C. si nota una differenziazione tra tombe individuali e tombe collettive a camera: queste ultime (le "tombe degli atleti") riproducono l’ambiente del simposio maschile, l’andròn, e richiamano non ambiti familiari, ma gruppi (eterie) di aristocratici, attivi forse anche in campo politico, con conseguente frazionarsi dell’azione del partito degli ottimati al potere. Altre tombe, invece, sono ancora individuali, ma con vasi da vino; altre, più imponenti, individuali, sembrano tempietti. Tra il 480 e il 460 (la sconfitta è del 473) c’è un notevole cambiamento: le tombe sono molto più sobrie, e tale situazione continua fino al 400, forse per effetto di leggi suntuarie. La città, intanto, si dota di strutture murarie difensive: prima erano solo sull’acropoli (città vecchia) e solo sui lati N (Mar Piccolo), e Est (fossato, oggi Canale Navigabile); ora invece, 550-500, si fortifica anche il lato Nord del Borgo sul Mar Piccolo, includendo anche necropoli e aree destinate a fattorie agricole. Dopo il 500 la città si espande, si ridefiniscono le proprietà (cambi di orientamento, sovrapposizioni di reticolati viarii); tra il 450 e il 400 le mura sono completate fino a Torre d’Ayala e le tombe lungo i due orientamenti viarii sono abbandonate, né se ne aggiungono altre. Tra il 470 e il 370 le tombe sono più semplici e simili tra loro, si nota la presenza di abbondanti terrecotte votive (legate forse a restrizioni suntuarie sulle tombe). Dopo il 370 ritorna il lusso, con: - Le tombe a camera (in totale sono 177, come in nessun’altra necropoli greca); - I segnacoli monumentali sulle tombe (naìskoi con sèmata prodotti in serie, semiindustriali); - L’abbondanza di corredo. Nel centro urbano si nota una funzionalizzazione e specializzazione delle attività nelle varie zone: vicino alle tombe e in aree periferiche si situano le fornaci; depositi di conchiglie sono nominati per le rive di mar Piccolo (lavorazione della porpora e tintoria). Poco individuabili metallurgi e bronzieri. Una officina per lavorazione di osso e avorio è stata scoperta in via Marche e si data al V sec. a.C. b) TerritorioPer quanto riguarda il territorio, una recente e estesa attività di spogli di archivio, indagini di superficie e registrazione cartografica delle risultanze con successiva analisi al computer sta gradualmente definendo un quadro sempre più ampio e articolato nel tempo e nelle caratteristiche. Sono state considerate numerose tombe; rare indicazioni di contesti abitativi; luoghi di culto caratterizzanti presenze greche; specifici culti di distinti ambiti etnici, culturali e sociali; santuari di frontiera, per un totale di 1224 presenze su 500 Km2. Tra il 550 e il 450 c’è occupazione sistematica delle campagne con molti insediamenti piccoli, monofamiliari in genere, forse fattorie con piccole necropoli. In posizioni dominanti ci sono insediamenti più vasti con mura: non sembrano fortezze di frontiera, ma abitati fortificati che in genere danno materiale greco con abbondante materiale indigeno (specie per la fine del periodo). Nel V sec. la città si ingrandisce (530 ha), ma le presenze nel territorio non si riducono. Nel IV sec. cresce l’attività edilizia urbana e c’è un eccezionale sviluppo nel territorio: fino a 660 presenze organizzate in piccoli insediamenti (fattorie), disposti forse lungo strade di un reticolo già di età greca disteso sulle campagne e distinto dai pure individuati segni evidenti di successiva centuriazione romana. Gli anni di Archita, quindi, si riconoscono anche a livello archeologico e sono sempre più documentabili. L’analisi di questi dati, che richiederebbe più tempo e migliori energie e competenze delle mie, è già avviato, come si può – penso – capire da quanto ho fin qui detto, e sarebbe auspicabile rileggere le notizie su Archita e i suoi frammenti in confronto con queste evidenze. 3. Archita e la giustiziaProverò ad accennare un breve confronto. Archita studia aritmetica, geometria, astronomia, musica. Si convince che la matematica è la materia fondamentale e ne trae conclusioni che si riverberano sulla morale, sulla psicologia e nella politica. Conoscere i numeri, saper individuare e calcolare rapporti spiega e chiarisce tutto. Se Varrone e Vitruvio avevano ragione (e non Diogene Laerzio), sempre lui, e non altri due omonimi, si sarebbe interessato di architettura e agricoltura. Ha "dimostrato" a livello "sperimentale" ma "astratto", con il suo bastone, l’infinità dello spazio. Ha preferito, rispetto anche al suo maestro Pitagora, l’aritmetica alla geometria. Ha introdotto in geometria il movimento, evitato nelle prove e dimostrazioni da Platone ed Euclide. Avrebbe anticipato il sistema eliocentrico (precedendo Aristarco e Copernico). Ha applicato la "teoria", la "speculazione" e la geometria a realtà banausiche (le "arti vili e meccaniche" di Manzoni), suscitando il disappunto di Platone, ad esempio con la costruzione della colomba volante (anticipo delle ricerche di Leonardo e degli automi ellenistici, se si vuole, dei nostri robot). Ha inventato giochi infantili, con una comprensione per le caratteristiche e peculiarità del bambino (che non è un piccolo uomo da "raddrizzare", come per Platone), anticipando il rispetto per il gioco "serio al pari di un lavoro", come dirà Giovanni Pascoli e già prima di lui aveva detto la civiltà pedagogica del ‘700 (Pestalozzi, Froebel, Rousseau). Archita, dunque, era un pitagorico. La giornata di un pitagorico era così: "Dopo la passeggiata solitaria del mattino, i Pitagorici si riunivano per dedicarsi allo studio e all’insegnamento, come anche alla correzione dei costumi. Le ore successive erano consacrate agli esercizi di ginnastica. Dopo il pranzo gli affari politici li tenevano occupati e al calar della sera passeggiavano in gruppi di due o tre, ripassando gli studi del mattino. Dopo il bagno cenavano in comune (συσσίτια). Questo pasto era seguito da libagioni, sacrifici e offerte. Si ascoltava ancora una lettura fatta dal discepolo più giovane e una serie di raccomandazioni invariabili, privilegio del membro più anziano. Ci si preparava quindi a rientrare in casa propria.". In S. Agostino, che si rifà a Varrone, c’è traccia di gradi nella appartenenza alla scuola pitagorica: - Precedeva, ma lo sappiamo da Aulo Gellio, un noviziato, durante il quale si era ἀκουστικοί (auditores), e si rispettava il silenzio (ἐχεμυθία); - Poi c’erano i gradi di docti (μαθηματικοί); perfecti (σεβαστικοί); sapientes (θεωρητικοί); beati (φυσικοί); e, infine, πολιτικοί. Anche le età dell’uomo avevano compiti e caratteristiche distinte: I ragazzi devono attendere all’educazione fisica e letteraria; i giovani all’educazione civica; gli adulti a quella politica; i vecchi alla meditazione (cioè a speculazioni politiche); alle delibere (politiche) e all’esercizio della Giustizia. Anche Archita sarà stato adulto, quando ha ricoperto cariche pubbliche, osservando queste norme. E si è interessato di giustizia sociale. Oltre al famosissimo fr. 3, trasmessoci da Stobeo, probabilmente è suo (mi convincono le osservazioni e analisi del Delatte) lo scritto (frammentario ancora in Stobeo) Περὶ νόμω καὶ δικαιοσύνας. Per i Pitagorici, tra l’altro, la giustizia è anch’essa comprensibile per via matematica. Il famoso triangolo rettangolo scaleno con i tre lati commensurabili fra loro (ad esempio, di lati che misurano 3, 4, 5) rappresenta, per Pitagora, la giustizia. I lati sono disuguali, è vero, ma i quadrati costruiti su di loro danno l’equivalenza che è propria della Giustizia (a2 + b2 = c2). Anche l’angolo retto è simbolo di uguaglianza e di unione (ed è uguale alla somma degli altri due angoli). I passi di autori posteriori ci forniscono spiegazioni particolari. Dal De Iside di Plutarco: Il 3 è il Movimento vitale = Esistenza = (κίνησις) δοξαστική il 4 è la Vita = κίνησις διανοητική il 5 è l’Intelletto = κίνησις νοερά Ma il 3 è il padre, maschio, Osiride (= ἀρχή); il 4 è la madre, femmina, Iside (= ὑποδοχή);il 5 è il figlio (Horus) ἀποτέλεσμα, contenitore, mondo, risultato. E in politica: 3 =ἀρχή= magistrati; 4 = ὑποδοχή = semplici cittadini; 5 = πολιτεία = costituzione o νόμος = opp. Legge. Ma anche, per Anatolio, Περὶ δεκάδος: 4 = Giustizia, perché la superficie (4x4 = 16) è uguale al perimetro (4+4+4+4= 16). La superficie, i diritti politici del cittadino, sono uguali al perimetro = i meriti, la ἀρετά, del cittadino. Il 3, invece, superficie 3 x 3 = 9; perimetro 3+3+3+3 = 12 ha più meriti e meno diritti (subisce ingiustizia). Il 5, infine, superficie 5 x 5 = 25; perimetro 5+5+5+5 = 20 ha più diritti e meno meriti (è ingiusto). Poi, con le proporzioni: 3 = Δίκη,il giusto mezzo tra fare e subire torto, perché sta tra 2 e 4, ed è uguale a 1+2, che lo precedono; Il 2 è superiore a 1 che lo precede (cioè, ingiusto); Il 4 è inferiore a 1+2+3 = 6 che lo precedono (cioè ingiusto). Perciò, il 3 è anche detto μεσότης e ἀναλογία. L’Enneade = 9, simbolo della Giustizia, è il quadrato del primo numero dispari (1 è parimpari). Considerando il nove come progressione, cioè la progressione aritmetica dei primi nove numeri: 5 è il simbolo della Giustizia perché questa progressione ha una mediana (5) 1, 2, 3, 4, (5), 6, 7, 8, 9
Allora la Giustizia (equità) è dare a ciascuno quello che gli spetta, prendendolo a chi ha di più. Il 5, mediana, non offende nessuno e non è offeso. L’1 ha bisogno di 9 (l’altro estremo) – 5 (medio) = 4 (che va tolto a 9). E così 1+4 = 5. Il 2 di 8 – 5 = 3 (e 2+3 = 5). Il 3 di 7 – 5 = 2 (e 3 + 2 = 5). Il 4 di 6 – 5 = 1 (e 4 + 1 = 5) Questa nozione, per Delatte, anticipa il diritto proporzionale. I Pitagorici erano quindi contro una giustizia, misura, uguale per tutti. A questo punto Delatte, considerato con favore anche da Adolfo Mele, passa a esaminare il Περὶ νόμω καὶ δικαιοσύνας, un cui frammento dice: "Perciò alcuni fissano il diritto sotto una forma aristocratica, altri sotto forma democratica, altri ancora sotto forma oligarchica. Il diritto aristocratico è fondato sulla progressione (media) subcontraria (armonica): questa proporzione assegna ai termini maggiori rapporti maggiori, ai più piccoli rapporti più piccoli. Il diritto democratico è stabilito secondo progressione geometrica: in essa, in realtà, i rapporti delle quantità grandi e di quelle piccole sono uguali. Il diritto oligarchico è fissato secondo progressione aritmetica: questa, in realtà, è opposta alla subcontraria (armonica): essa assegna ai termini minori i rapporti maggiori, ai termini maggiori i rapporti minori. Queste sono le forme (ἰδέαι) della distribuzione. Se ne possono considerare le immagini (εἰκόνες) negli Stati e nelle famiglie. Onori, punizioni e cariche sono in esse distribuiti ai maggiori e ai minori, in misure uguali o in proporzioni disuguali, prendendo come base una superiorità o di talento (ἀρετά),o di ricchezza o di potere. Nel primo caso, il sistema, egualitario, è democratico; l’altro, procedendo per ineguaglianza, è aristocratico, oppure, oligarchico". E la forma monarchica o aristocratica (basata su superiorità di ??et?, talento) ricorre alla proporzione subcontraria ὑπεναντία, μεσότας: Progressione: 6 : 4 : 3, cioè 6/4; ⁴⁄₃ ma 6 – 4 = 2, cioè,⅓di 6 e 4 – 3 = 1, cioè, ¼ di 4 La forma democratica ricorre alla progressione geometrica. In essa il rapporto è fisso: 8 : 4 : 2 : 1 (sempre diviso 2). La forma oligarchica, basata su superiorità di ricchezza (e tirannica, basata su superiorità di potere), ricorre alla progressione aritmetica: 4 : 3 : 2: 1 (sempre modulo + 1) Non è uguale (nelle proporzioni), perché dà di più ai più piccoli: - Per il rapporto 2 diviso 1, 1 + 1 = 2 (assegna ½ al 2) - Per il rapporto 3 diviso 2, 2 + ⅓ (di 3) = 3 (assegna ⅓ al 3) - Per il rapporto 4 diviso 3, 3 + ¼ (di 4) = 4 (assegna ¼ al 3). Dal confronto con le teorie costituzionali di Platone (Erodoto), Aristotele, Polibio e Cicerone, risulta così che il diritto (e la giustizia distributiva) quindi non si basa sul numero dei titolari del potere (monarchia/aristocrazia e tirannia /oligarchia), né sul loro valore morale, né prevede una evoluzione storica ( ἀνακύκλωσις di Polibio), ma sulla ripartizione di diritti e cariche. Il diritto va inoltre adattato alla χώρα, il territorio e ai t?p??, le condizioni geografiche (considerate anche, per la salute, dal contemporaneo di Archita, Ippocrate, De aere, aqua et locis) e, quindi, ciò che è giusto è la vera eguaglianza, e non ‘ciò che è uguale è la vera giustizia’. Perciò Archita esaltava il calcolo. Perciò dava (l’usufrutto, o l’enfiteusi, non la proprietà) ai poveri, togliendo ai ricchi. Perciò Taranto pare che conosca un progresso sotto di lui. Infine, una curiosità: ai 5 (o anche solo 3) Archita omonimi ne va aggiunto ancora uno (o forse 2) dai nuovi epigrammi di Posidippo di Pella: uno ha a che fare col mare, l’altro con un pezzo di bronzo che gli procura una piaga da cui lo guarisce Apollo; ma questo è un altro discorso. BIBLIOGRAFIAM. TIMPANARO CARDINI, I Pitagorici, testimonianze e frammenti, I, II, 111, La Nuova Italia, Firenze 1962 PLATONE, Lettere, a cura di Margherita Isnardi Parente, trad. di Maria Grazia Ciani, Fondazione Lorenzo Valla, A. Mondadori, Milano 2002 _ DEMOSTHENIS Orationes, 111, reco W. Rennie, Clarendon Press, Oxonii 1960 J. STOBACI, Anthologium, rec. Curtius Wachsmuth et Otto Hense. Anthologii libri duo posteriores, voI. 11- Weidmann, Berlin, 19582 J. NAVARRO, Tentamen de Archytae Tarentini vita atque operibus, Hafniae 1820 DOEHLE, Geschichte Tarents bis aufseine Unterwerjùng unter Rom, Strasburg 1877 R. LORENTZ, De civitate Tarentinorum, Lipsiae 1833 POSIDIPPI PELLACI, Quae supersunt omnia, edd. C. Austin et G. Bastianini, L.E.D., Milano 2002 C. DEL GRANDE, Archita e i suoi tempi, Taranto Cressati 1955 Taranto nella civiltà della Magna Grecia, in ATTI DEI CONVEGNI DI STUDIO SULLA MAGNA GRECIA, X, Napoli 1971 Taranto e il Mediterraneo, in ATTI DEI CONVEGNI DI STUDIO SULLA MAGNA GRECIA, XLI, ISAMG Taranto, 2002 Filosofia e scienze, in ATTI DEI CONVEGNI DI STUDIO SULLA MAGNA GRECIA, V, Napoli 1966 Eredità della Magna Grecia, ATTI DEI CONVEGNI DI STUDIO SULLA MAGNA GRECIA, XXXV, ISAMG Taranto, 1996 Alessandro il Molosso e i "condottieri" in Magna Grecia, ATTI DEI CONVEGNI DI STUDIO SULLA MAGNA GRECIA, XLIII, ISAMG Taranto, 2004 W. R. M. LAMB, (a cura di), Lysias, Loeb Classical Library, London - Cambridge 1976 A. DELATTE, Essai sur la politique pythagoricienne, Liège - Paris 1922. |
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