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Nel mondo latino l'espressione nuces relinquere, cioè
lasciare le noci, voleva significare uscire dall'infanzia, a conferma
di quello che doveva essere il gioco più amato dai ragazzini
romani. Le noci si usavano un pò come le biglie, lanciandole
verso le altre ammucchiate a piramide, per esempio, oppure ponendone
tre per terra a triangolo, cercando poi di lanciarne una quarta
al centro performare un caste/fumo. Il gioco appassionava i maschietti
e le femminucce, i piccoli ma anche i più grandicelli.
Egualmente affascinante per i ragazzi era il gioco degli astragali,
passatempo praticato già dagli Egizi e dai Greci fin dall'età
omerica. Queste particolari pedine, che erano gli ossicini del tarso
di pecore o altri ovini, costituivano la base per un'infinita varietà
di giochi di destrezza.
Gli astragali venivano usati anche dagli adulti, ma con regole
diverse, simili a quelle del gioco dei dadi. Le fanciulle greche
e romane li adoperavano per il gioco cosiddetto delle cinque pietre,
consistente nel lanciare per aria gli astragali e cercare poi di
riprenderne il più possibile con il dorso della mano. Ogni
bambino portava con sé l'immancabile sacchetto per gli astragali,
che a volte forava per legarli con una cordicella da tenere stretta
in vita.
A scuola i più meritevoli potevano riceverne qualcuno in
premio dal maestro. Questi giocattoli erano per gli antichi il simbolo
dell'infanzia e della gioventù e spesso facevano parte del
corredo funerario dei fanciulli morti prematuramente.
Un altro passatempo ben conosciuto in tante varianti, era quello
della palla. È ben noto il passo dell'Odissea in cui il protagonista,
approdato dopo un naufragio sull'isola dei Feaci, viene svegliato
dalla voce di Nausicaa, che gioca a palla con le sue ancelle.
Collegato al gioco della palla vi era quello dell'ephedrismos.
Sono numerosi i documenti dell'arte antica che ci mostrano particolari
di questo svago, conosciuto sia in Grecia che a Roma, e a cui fanno
riferimento anche alcuni scrittori antichi. Nelle scene che lo raffigurano
compaiono sempre coppie di ragazzi o ragazze, che avanzano a cavalluccio,
a volte il "portato" copre con le mani gli occhi del "portatore".
Polluce, erudito del II sec. d. C., ci riporta la sua versione spiegando
che l'ephedrismos, consisteva nel piantare diritta una
pietra e da lontano prenderla di mira con una palla o delle pietre;
chi non fosse riuscito ad abbatterla, portava sulle spalle il compagno
vincente, che con le mani gli chiudeva gli occhi, finchè
non giungesse senza sbagliare alla pietra.
La pietra o la palla posta per terra oltre che essere raggiunta
con gli occhi chiusi, poteva anche essere probabilmente colpita
da un'altra palla, che spesso si vede nella mano del giocatore sulle
spalle.
Da alcune rappresentazioni si deduce inoltre che una particolare
versione del gioco potesse essere svolta a squadre, fra coppie di
giovani a cavalluccio.
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