IPOGEO FUNERARIO
Taranto, Palazzo Delli Ponti
 
Età tardoantica e medioevale

Mappa

Appena si entra, è possibile ammirare sullo sfondo l’originario fronte roccioso, nel quale è stato ricavato l’ambiente che contiene l’area di scavo, e la cui sommità costituiva, prima della ricostruzione bizantina del 967 d.C., il piano d’uso dell’area.
I pochi materiali di età neolitica (IV millennio a.C.) e protostorica che sono stati rinvenuti nello scavo provengono probabilmente dai depositi archeologici distrutti quando, nel XIV secolo della nostra era, il banco di carparo fu utilizzato per estrarre il materiale da costruzione per il palazzo.

FASE MAGNO GRECA – E’ visibile un lacerto delle mura greche di V sec. a.C., originariamente composto da quattro serie di blocchi, uno dei quali è stato spoliato in concomitanza con l’impianto dell’ipogeo funerario, orientato Est-Ovest, con una piattaforma quadrangolare che doveva costituire la fondazione di un avancorpo, e che si lega ad una massicciata in scaglie di carparo, connessa alla frequentazione antica del porto.
Resti delle mura greche dell’acropoli, ricordate da Strabone, erano già stati trovati a largo san Martino, sulla sommità del salto di quota; tale struttura doveva essere presente anche qui, come possono far supporre alcuni blocchi trovati in posizione di caduta, visibili alla destra dell’ipogeo, mentre il setto individuato nello scavo corrisponde probabilmente ad una bretella posta a guardia della Postierla, nella quale si deve identificare uno di quei percorsi che collegavano l’acropoli al porto.

FASE TARDOANTICA – E’ stato portato alla luce un sepolcreto ipogeo con pianta sub rettangolare, con ingresso a Nord, articolato in dieci tombe ad arcosolio poste lungo le pareti e undici a fossa ricavate nel piano roccioso.
Gli arcosolio, tutti già depredati in antico ed in parte distrutti, dovevano essere rifiniti con intonaco dipinto, che si è conservato solo in alcuni casi, ed avevano la tomba a cassa ricavata dallo stesso banco tufaceo.
Le tombe a fossa, invece, presentano una pianta rettangolare e le sezioni trapezoidali. Non hanno un orientamento fisso, e sono disposte a gruppi di tre, in cui ad una tomba ne corrispondono altre due perpendicolari.
Le sepolture comprendono in genere più di un individuo, sino ad un massimo di quattro, posti supini, con le braccia lungo i fianchi e le mani sul bacino.
I defunti qui sepolti erano certamente di fede cristiana: ne sono eloquente prova la presenza di ceramica di origine nord africana e di lucerne con simboli cristologici (croci, chrismòn, agnelli, colombe, pesci) e l’uso della liturgia dei refrigerium, ossia delle libagioni rituali dei vivi con i defunti.
Tale scoperta ha importanti conseguenze nella lettura della topografia della Taranto antica, in quanto consiste nella prova assoluta dell’estraneità dell’area dal Municipium Tarentino, e nella presenza di una ricca comunità cristiana pochi decenni dopo l’editto di Milano.
Intorno al VI/VII secolo d.C., la cappella funeraria fu incendiata e successivamente abbandonata a causa dei continui crolli della volta rocciosa, rinvenuti in posizione di caduta.
In questa occasione vennero saccheggiate le tombe ad arcosolio, mentre rimasero intatte quelle a fossa, coperte dai livelli d’incendio.
Gli strati di abbandono, causati dal deposito di rifiuti e di frammenti di anfore derivanti dalle attività del porto, mostrarono alla metà del VI secolo il mutamento delle rotte commerciali, che prima collegavano Taranto con l’Africa settentrionale, verso il Mediterraneo oreintale.
L’area dell’ipogeo rimase così a cielo aperto sino al XIV secolo.

FASE MEDIEVALE – Intorno al 1530 circa venne costruito il palazzo dei Marchesi dell’Antoglietta, che per rendere stabile il banco di roccia lo sotto murarono, giungendo anche a scoprire – e a saccheggiare nuovamente – le tombe ad arcosolio. L’area venne poi colmata dai residui della lavorazione del cantiere e sigillata con un pavimento in mattonelle quadrate.

Testo di Silvia De Vitis

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