LA PRIMISSIMA INFANZIA
I corredi funerari dei bambini defunti anzi tempo venivano preparati
con cura dalla famiglia d'origine. La loro composizione varia naturalmente
a seconda del periodo storico, delle usanze del luogo e della condizione
sociale di appartenenza.
Nella necropoli tarantina di periodo greco agli infanti venivano
destinati una piccola fossa scavata nella roccia, un contenitore in
terracotta coperto da tegole o lastre in pietra oppure, piú
raramente, un sarcofago in carparo di ridotte dimensioni.
Le loro sepolture erano generalmente collegate a quelle degli adulti,
spesso a quella della madre, per sottolineare evidentemente un indissolubile
legame.
È attestato anche l'uso della stessa tomba per un adulto e
un bambino. La pratica dell'inumazione fu riservata ai piccoli morti
poco dopo la nascita, anche quando in periodo romano si affermò
a Taranto il rito incineratorio.
I resti dei neonati inumati, alloggiati in contenitori di tipo diverso,
venivano deposti vicino ai resti incinerati di un adulto.
Nei corredi funerari dei piú piccoli erano molto comuni i
"poppatoi"; dalle sepolture di periodo ellenistico ne provengono
numerosi esemplari acromi o a vernice nera, per lo piú, con
corpo globulare a volte ornato da baccellature.
Questi contenitori sono generalmente caratterizzati da una bocca piuttosto
larga, che serviva per immettere il liquido, e da un beccuccio per
permettere l'assunzione.
A volte l'imboccatura era chiusa da un piano forato, con il probabile
scopo di filtrare eventuali residui di cibo troppo grandi per poter
essere ingeriti dai lattanti. Alcuni di questi esemplari ceramici,
modellati con forme particolari, hanno l'aspetto di maialini, cinghialetti,
o animali di altro tipo e possono essere considerati veri e propri
giocattoli.
I colori, non sempre conservati fino ad oggi, erano vivaci per attirare
l'attenzione del neonato ed invogliarlo a bere. Sempre per richiamare
l'attenzione dei piú piccoli e distrarli venivano spesso usati
caratteristici animaletti di terracotta, contenenti all'interno una
pallina di coccio, cosí che muovendoli producevano un rumore
particolare. Gli antichi attribuivano l'invenzione di questi giocattoli
ad Archita, filosofo pitagorico tarantino, vissuto nel IV secolo a.
C.
I sonagli in terracotta presentano forme particolari, i piú
diffusi hanno l'aspetto di maialini o cinghialetti, ma ne esistono
anche di conformati a cervi, civette, bovini, tartarughe.
Sono attestati anche soggetti meno comuni come figure di neonati variamente
rappresentati. La superficie di questi oggetti era spesso ravvivata
da colori, di cui ora restano solo le tracce. I Greci li chiamavano
in diversi modi, fra cui gnorismata, mentre presso i Romani
erano detti crepitacula, crepundia o tintinna
buia, per via del caratteristico rumore che essi producevano.
Il termine poteva essere tuttavia attribuito anche a campanellini
in metallo che i bambini ricevevano in dono alla nascita e che portavano
al collo come ciondolo o amuleto. Alla stessa catena, d'oro o in altro
materiale a seconda delle possibilità economiche della famiglia,
potevano essere appesi, via via che il bambino cresceva, sonaglini,
ciondoli e amuleti di altro tipo.
Queste collane tintinnanti, oltre a tenere lontano il malocchio,
costituivano un bel gioco rumoroso.
Lo scoliaste (commentatore di testi) Valerio Massimo precisa che
fra gli oggetti che si appendevano alle tracolle dei bambini vi erano
soprattutto campanelli perchè essi godono particolarmente dei sonagli.