Quando nel luglio 1992 fu segnalato alla Soprintendenza Archeologica il recupero fortuito di reperti bronzei
nelle acque antistanti Punta del Serrone, a nord Brindisi, si intuì l'eccezionalità della scoperta, che si ricollegava
al rinvenimento di venti anni prima, nello stesso specchio di mare, di un piede bronzeo pertinente ad una statua
femminile di dimensioni maggiori del vero. Le prospezioni eseguite allora, nel 1979, non ebbero alcun esito,
mentre la nuova scoperta poteva condurre a conoscere e datare un probabile naufragio in quel tratto di mare esposto
ai forti venti di nord-ovest che, dall'epoca micenea ad oggi, costringono le imbarcazioni a trovare rifugio nelle conche
della frastagliata costa.
Le acque antistanti il litorale a nord di Brindisi hanno negli anni restituito una tale quantità e varietà di reperti,
che confermano, per la loro provenienza, le rotte seguite nel corso dei tempi dai naviganti e note dalle più antiche
fonti scritte e itinerarie. Dal porto di Brindisi, testa di ponte dell'espansione romana nel Mediterraneo orientale
e dalla ininterrotta funzione commerciale sino alla tarda antichità, si dipartivano i collegamenti marittimi
soprattutto con l'opposta sponda dell'Adriatico: la rotta più battuta era quella con Durazzo,da dove poi si di partiva
la via Egnazia per Tessalonica e Bisanzio.
I primi reperti bronzei recuperati da subacquei occasionali, frammentari e diversi per tipologia e cronologia, furono
subito riferiti al carico di un'imbarcazione che doveva trasportarli già in frammenti a Brindisi per il successivo
'riciclaggio' con la fusione. E a Brindisi già Plinio il Vecchio (Naturalis Historia XXXIV, 130) attestava indirettamente,
parlando della produzione di specchi bronzei, l'esistenza di un'officina metallurgica, ma tale testimonianza,
messa in relazione con i frequenti rinvenimenti nel mare brindisino di piombo, materiale che con il rame interviene
nella lega del bronzo, sotto forma di pani e di lingotti, farebbe però dedurre l'esistenza di una vera e propria
fonderia.
Nè sembra pura casualità il fatto che nelle conche contigue a quella di Punta del Serrone,si rinvengano
frequentemente altri reperti bronzei, come lucerne, e che tra questi si debbano elencare almeno due stadere,indispensabili
per lo pesatura delle materie prime nelle fonderie.
Le ricerche subacquee, eseguite secondo le più moderne metodologie di scavo, di rilevamento e restituzione grafica,
con il recupero delle due statue, di circa 120 reperti bronzei riconoscibili e di una grande quantità di frammenti informi,
hanno confermato le ipotesi iniziali.
Il carico era costituito da materiali già frammentari, distribuibili in un arco cronologico dall' età ellenistica
alla tarda età imperiale romana. In un periodo chiaramente successivo, si deve porre il naufragio dell' imbarcazione,
di cui unica testimonianza sono attualmente lamine plumbee, ripiegate o forate, utilizzate per le riparazioni degli scafi.
Nè le prospezioni de1 1979, nè quelle effettuate già in fase di scavo, nè le ricerche con
le più avanzate tecnologie di bordo, eseguite nel 1993 della Nave Mirto della Marina Militare, hanno evidenziato altre
tracce, per cui sembrerebbe evidente che il carico di bronzi sia stato gettato in mare da un natante in difficoltà, in cerca di un approdo.
In quel tratto di mare Adriatico, definito variamente da Orazio iratum , inquietus, iracundiouaucus, le mareggiate avranno
ulteriormente frammentato e disperso i reperti, come anche eventuale fasciame ligneo, sui fondali rocciosi.
Solo la presenza del relitto avrebbe, quindi, permesso di definire con certezza l'epoca del trasporto mentre solo lo
studio di tutti i reperti, a restauro ultimato e con le relative analisi delle leghe, potrà consentire di
determinare il luogo di provenienza del carico.