Il rinvenimento
Il sontuoso corredo dello tomba rinvenuto nel 1974 ad Altamura in via Bari, nell´area del rifornimento Agip,
ha rivelato aspetti di grande interesse per la conoscenza della storia del territorio interno della Peucezia
che confino con la media valle del Bradano, nel periodo che copre il terzo venticinquennio del IV secolo a. C.
Ubicata in un´area intermedia fra le due poderose cinte murarie, dotate nel IV secolo a.c., che racchiudono
l´anonimo e ricco abitato preromano, fu manomesso in etò antico, forse per il sovrapporsi di una estesa
abitazione di età ellenistica, che comunque ne ha rispettato, probabilmente non a caso, l´orientamento.
La struttura tombale è a semicamera in blocchi isodomi, con copertura litica sorretta da robuste travi di
legno e fondo costituito dal banco roccioso livellato: una tipologia diffusa nella vicina area apulo-Iucana,
a Botromagno (Gravina in Puglia), a Monte Sannace (Gioia del Colle), Timmari, Conversano.
Il corredo
É costituito da un numero elevatissimo di reperti, anche se lacunosi: predominano i vasi a figure rosse,
otto dei quali di dimensioni monumentali ed attribuite da A. D. Trendall ai Pittori di Dario, della Patera, degli Inferi.
Seguono per quantità i vasi argentati, che sono il gruppo più cospicuo, finora rinvenuto in Italia
meridionale, di tale classe vascolare. La coroplastica è presente con varie figure di Nike, Afrodite ed Eros.
Del tutto straordinario è la presenza di coppe, fiasche, alabastro, pseudopissidi, rhytà ornati con rilievi ricavati
da matrici di raffinata esecuzione.
Rimangono pochi frammenti di armi funzionali e si segnala la presenza, rara in un corredo tombale, di armi
miniaturistiche in ferro.
Frammenti di due coppe a rilievo in vetro bianco, di vasi in alabastro e di lamine in osso decoranti cofanetti
completano questo corredo, che mostra stretta affinità con altre sepolture "emergenti" dell´area apulo-Iucana,
fra cui la seconda deposizione della tomba 669 di lavello, quello più recente dell´lpogeo Varrese di Canosa,
la tomba del guerriero di Conversano, la tomba 33 rinvenuta a Timmari.
Evidente è anche il rapporto con il mondo grecosettentrionale, ed in particolare macedone, per la sontuosità
di tutto l´apprestamento, per i soggetti raffigurati sui vasi a figure rosse e sulle ceramiche a rilievo argentate,
per il chiaro riferirsi di queste ultime ai prototipi in metalli pregiati rinvenuti in quella vasta area che dalle
coste adriatiche dell´Epiro raggiunge le coste tracie del Mar Nero. La presenza sia di oggetti riferibili a1
mundus muliebris che di armi funzionali e la mancanza di resti scheletrici dovuta allo manomissione,
impediscono una sicura definizione del sesso del defunto.
La composizione del corredo, in cui dominano i vasi attribuiti al Pittore della Patera e sono presenti
ceramiche imitanti gli oggetti preziosi circolanti a seguito delle conquiste persiane, suggerisce una datazione
della sepoltura intorno alla tine del terzo venticinquennio del IV secolo a.C.
La raffigurazione del grande cratere
Sui grandi vasi a figure rosse si leggono numerosi episodi mitologici inseriti in un contesto dominato dalle
divinità infere e da Dioniso. Pochi frammenti di eccezionale qualità, riconducibili alla mano del Pittore di
Dario, appartengono ad un grande cratere a mascheroni raffigurante il mito dei figli di Melanippe, già noto
da un cratere di Ginevra attribuito a1 Pittore degli Inferi.
Domino fra tutti, per le dimensioni monumentali, un grande cratere a volute, il cui piede staccato è decorato con
la teoria delle Nereidi che recano le armi ad Achille. Sul collo sono presenti una complessa scena di Amazzonomachia
ed un corteo dionisiaco. Sul Iato A del corpo è stata ricostruita, con i pochi frammenti pervenuti, la scena della
battaglia di Gaugamela, nota da altri quattro vasi a figure rosse del Pittore di Dario, oltre che dal noto mosaico
pompeiano della cosa del Fauno, il cui modello pittorico è stato ricondotto ad Apelle.
Nel registro centrale si legge
la figura del re macedone a cavallo che insegue con la lunga lancia il re Dario in fuga sulla quadriga, con la mano
destra alzata sulla testa in segno di disperazione. Fra il cavaliere, armato con una corazza di tipo macedone, e la
quadriga in fuga, due persiani ripropongono lo schema della battaglia conservato dal grande cratere di Ruvo, ora a Napoli.
Intorno ai due sovrani, e nel registro inferiore, si svolge una affollata battaglia.
Nel registro superiore, al centro, Hellos si annoda una benda intorno ai capelli, e Nike le porge una corona ed una palma.
Intorno siedono le divinità olimpiche: Zeus, Artemis, Athena. L´ elevatissima qualità dello raffigurazione è
riconducibile a1 Pittore di Dario, cui sono stati attribuiti altri quattro vasi decorati con
lo stesso soggetto, rinvenuti tutti a Ruvo e Canosa, ad eccezione del frammento della collezione Hamilton di
ignota provenienza. Questo di Altamura è, però, l´unico vaso inserito in un contesto tombale riconoscibile, malgrado
la manomissione, e databile sicuramente dopo la morte di Alessandro il Molasso, avvenuta pochi mesi dopo la battaglia
di Gaugamela, tra l´autunno e l´inverno del 331-330 a.C.
Il quadro storico
L´area privilegiato di diffusione dei vasi del Pittore di Dario, i cui temi figurativi sono stati ricondotti
ad un programma propagandistico filomacedone che ha trovato condivisione ed adesioni fra le aristocrazie
indigene, è stata individuata in una vasta zona che parte da Metaponto e, lungo la direttrice bradanica
attraverso le località interne di Timmari ed Irsina, fino a1 distretto ofantino di Canosa ed Arpi.
Dal trotto centrale del Bradano si estende poi alla Peucezia interno e costiera individuato dai centri di Ruvo,
Ceglie, Conversano, Altamura.
La provenienza dei grondi vasi del Pittore di Dario individua, malgrado la mancanza dei contesti di rinvenimento,
i luoghi in cui risiedevano i principes di quelle popolazioni indigene con le quali si era alleato Alessandro il Molosso:
"...cum Metapontinis et Poediculis et Romanis foedus amicitiamque fecit."(Giustino XII,2,12).
La dotazione del corredo successivo alla morte del re epirota di alcuni anni, conferma l´ipotesi della sopravvivenza
del partito filomacedone e dà forza all´idea dei progetti occidentali di Alessandro il Grande, abbandonati dopo
la sua morte a Babilonia.